La nascita della mente nella relazione: psicoterapia psicoanalitica tra cura e sviluppo

Firenze, 23–24 maggio 2026 — Istituto degli Innocenti e Centro Studi Martha Harris, Via Cavour 26

Il 23 e 24 maggio scorsi Firenze ha accolto il convegno organizzato dal Centro Studi Martha Harris (CSMH) e dall’AMHPPIA, ospitato nel prezioso scrigno rinascimentale dell’Istituto degli Innocenti e nella sede del Centro Studi in Via Cavour 26. Due giorni intensi, densi di pensiero clinico e teorico, dedicati al tema della nascita della mente nella relazione e al ruolo della psicoterapia psicoanalitica tra cura e sviluppo. Riassumiamo qui brevemente i contributi dei relatori, nell’ordine in cui si sono succeduti.

Sabato mattina

Björn Salomonsson — Il controtransfert nella psicoterapia genitore-bambino

Salomonsson ha aperto i lavori con una riflessione metodologicamente originale e clinicamente acuta: l’utilizzo della registrazione video come strumento per rendere visibili le tracce incarnate e per lo più inconsce del controtransfert. Attraverso un caso di psicoterapia genitore-bambino (PIP), ha mostrato come reazioni corporee del terapeuta — un sussulto, un volto improvvisamente inespressivo — sfuggano spesso alla consapevolezza di chi le agisce, ma non a quella del paziente. La domanda che ha lasciato aperta è cruciale: quanto conta, per il paziente, non solo ciò che diciamo, ma come appariamo e quale tono ha la nostra voce mentre lo diciamo? Un invito a fare del corpo del terapeuta un oggetto di osservazione tanto quanto la mente.

Jeanne Magagna — Il tocco della voce

Fin dai primi istanti di vita, ha ricordato Magagna, il neonato non cerca solo nutrimento o cure fisiche, ma la presenza viva di una mente che si trasmette attraverso il suono della voce. La voce della madre — con le sue pause, il suo salire e scendere di volume, la sua prosodia melodica — diventa un abbraccio acustico attraverso il quale il neonato si sente accolto nel mondo o, in sua assenza, precipitato nella solitudine. Attraverso le ricerche di Beebe e Stern sugli scambi faccia a faccia, Magagna ha mostrato come anche i momenti di rottura e riparazione nel dialogo vocale siano essenziali: è nel ritmo di questi scambi che si costruisce il primo senso di essere conosciuti da un’altra mente. Particolarmente toccante la riflessione sul bambino cieco, per il quale la voce materna sostituisce interamente il contatto visivo, diventando l’unico filo che lega alla certezza della presenza dell’altro. Un contributo che ha ricordato a tutti quanto il silenzio — del terapeuta come della madre — possa essere tanto eloquente quanto la parola.

Sabato pomeriggio

Mario Landi — Il riconoscimento tra operatori nella presa in carico della sofferenza psichica

Il neuropsichiatra infantile Mario Landi ha portato l’esperienza concreta dell’Ambulatorio Adolescenti UFSMIA di Firenze, restituendo un quadro preciso e preoccupante dell’incremento della sofferenza psichica adolescenziale negli ultimi anni: disturbi dell’umore, comportamenti autolesivi, quadri polimorfi sempre più difficili da inquadrare nelle categorie diagnostiche classiche. Di fronte a questa complessità, Landi ha argomentato con forza la necessità di un modello multiprofessionale fondato non sulla somma delle singole competenze, ma su una vera integrazione conoscitiva e operativa. Il filo teorico conduttore è il modello della mentalizzazione di Fonagy: non come tecnica, ma come orientamento condiviso dell’intera équipe, capace di tenere insieme il lavoro con il ragazzo, con la famiglia e con il contesto istituzionale.

Rosanna Martin — Il riconoscimento reciproco in un ospedale pediatrico

Rosanna Martin ha portato la singolare e preziosa esperienza della psicologia clinica ospedaliera pediatrica all’AOU Meyer IRCCS di Firenze, interrogandosi su cosa significhi praticare uno sguardo psicoanalitico dentro un’istituzione medica. Al centro della sua relazione il concetto di riconoscimento: riconoscimento della dimensione inconscia del paziente, della famiglia, ma anche degli operatori sanitari stessi. Attraverso casi clinici toccanti — un’adolescente con leucemia che chiede scusa a tutti per le proprie emozioni, un bambino di otto anni con encopresi che disegna squali e balene come mappa del suo mondo interno, una madre in difficoltà che impara a nutrire il figlio ritrovando fiducia in sé stessa — Martin ha mostrato come il pensiero psicoanalitico possa trovare spazio anche là dove non c’è una porta a cui bussare, né due sedie per parlare. Riconoscersi per riconoscere: questa la bussola del lavoro.

Domenica

Margaret Rustin — Perché la solitudine è così dolorosa?

Con la raffinatezza che le è propria, Margaret Rustin ha condotto i presenti in una riflessione profonda e letterariamente ricca sulla solitudine come esperienza universale e come categoria clinica. Partendo dalla poesia di Wordsworth — il viandante che vaga solitario come una nuvola — ha intrecciato Freud, Melanie Klein e Bion per esplorare le radici interne di ciò che rende il sentirsi soli così difficile da tollerare. Attraverso tre casi clinici — una bambina psicotica e sua madre, un bambino misteriosamente muto, un adolescente adottato — ha mostrato come la solitudine più dolorosa non sia quella esterna, ma quella che nasce dall’assenza di un oggetto interno buono capace di fare compagnia a sé stessi. Una relazione che ha parlato tanto alla mente clinica quanto all’esperienza umana di ciascuno.

Roberta Mondadori — “Sono un bambino, non sono un papà”: un esempio di lavoro breve nel Servizio 0-5

Roberta Mondadori ha concluso il convegno con un caso clinico condotto presso la Clinica Tavistock nell’ambito del Servizio 0-5, forma di terapia psicoanalitica breve con genitori e bambini insieme. Al centro una famiglia in crisi: tre bambini, due genitori esausti e depressi, e un bambino di due anni — Jack — presentato come il problema. Con grande finezza clinica Mondadori ha mostrato come Jack fosse in realtà il ricettacolo delle proiezioni materne, liberato dal sintomo non appena la madre ha cominciato a riappropriarsi della propria vita. Memorabile la frase con cui Jack stesso ha segnato la svolta terapeutica: “Sono un bambino, non sono un papà.” Un contributo che ha illustrato con eleganza la potenza del controtransfert e delle dinamiche proiettive nel lavoro con le famiglie con bambini piccoli.

Un convegno che ha confermato la vitalità di una tradizione clinica capace di tenere insieme rigore teorico, attenzione alla relazione e cura per la complessità dell’esperienza umana.

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